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CHE COS’E’ IL RISCHIO DI “REFLOW” POST-CADUTA?

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Nel contesto dei lavori in quota, la caduta dall’alto è da sempre considerata uno dei rischi più gravi e temuti. La normativa, la tecnica e l’esperienza operativa hanno giustamente concentrato l’attenzione sulla prevenzione dell’evento e sull’efficacia dei sistemi di arresto caduta. Tuttavia, esiste una fase successiva, meno visibile ma potenzialmente altrettanto pericolosa, che merita un’attenzione particolare: ciò che accade dopo l’arresto della caduta.

Quando un sistema anticaduta funziona correttamente, il lavoratore viene fermato prima dell’impatto con il suolo, ma rimane sospeso nell’imbracatura. In questa condizione, apparentemente sotto controllo, si innescano meccanismi fisiologici che possono evolvere rapidamente in un’emergenza medica. È in questo scenario che si colloca il rischio di reflow post-caduta, strettamente connesso alla sindrome da sospensione inerte.

Durante la sospensione, le cinghie dell’imbracatura esercitano una compressione a livello inguinale e femorale, ostacolando il normale ritorno venoso del sangue dagli arti inferiori. Il sangue tende a ristagnare nelle gambe, riducendo l’afflusso verso il cuore e il cervello. Se la sospensione si prolunga, anche per pochi minuti, possono comparire sintomi quali nausea, vertigini, ipotensione e perdita di coscienza. Il quadro potrebbe complicarsi ulteriormente nella fase di recupero.

 

Tempi critici: il fattore tempo salva la vita

Le evidenze fisiologiche indicano soglie temporali molto chiare:
0 – 5 minuti: generalmente tollerabile se il lavoratore è cosciente e riesce a muovere le gambe
5 – 10 minuti: possibile insorgenza di sintomi significativi
10 – 15 minuti: alto rischio di perdita di coscienza e collasso
oltre 15 minuti: rischio fisiologico grave, non accettabile

Il fattore tempo assume quindi un ruolo determinante. Le evidenze fisiologiche e le esperienze maturate nelle esercitazioni di soccorso indicano che il recupero dovrebbe avvenire entro dieci minuti dall’arresto della caduta. Superata questa soglia, il rischio di complicanze aumenta sensibilmente, mentre oltre i quindici minuti si entra in un’area di rischio non accettabile dal punto di vista della sicurezza.

 

Come agisce il fenomeno del “reflow”?

Il termine “reflow” indica la ripresa del flusso sanguigno dopo un periodo di stasi. Nel caso di un lavoratore sospeso, il reflow venoso può avvenire in modo brusco nel momento in cui la persona viene recuperata e riportata a terra, soprattutto se viene immediatamente distesa in posizione supina. Il ritorno improvviso del sangue stagnante al circolo centrale può determinare un collasso cardiocircolatorio, aritmie e, nei casi più gravi, arresto cardiaco. Il paradosso operativo è evidente: una manovra di recupero eseguita in modo non corretto può trasformarsi in un fattore di rischio critico.

Per questo motivo, l’uso dei DPI anticaduta in lavori in quota non può mai prescindere dalla pianificazione del recupero che dev’essere parte integrante del piano di lavoro. Deve descrivere modalità operative concrete, attrezzature effettivamente disponibili, ruoli assegnati e tempi realistici di intervento. L’idea di demandare il recupero esclusivamente ai soccorsi esterni non è compatibile con i tempi fisiologici della sospensione.

Gestione post-caduta del lavoratore

Una volta recuperato il lavoratore, la gestione post-caduta riveste un’importanza cruciale. La persona non deve essere distesa immediatamente in posizione supina, ma mantenuta seduta o semi-seduta, favorendo un ritorno graduale del sangue venoso. È necessario monitorare lo stato di coscienza e la respirazione e attivare sempre le squadre di emergenza sanitaria, anche in assenza di sintomi evidenti. Questa fase, spesso sottovalutata, è determinante per ridurre il rischio di reflow e di collasso tardivo.

Il recupero non è improvvisazione: è pianificazione

La vera prevenzione del rischio legato al reflow post-caduta non risiede esclusivamente nella scelta del dispositivo anticaduta, ma nella formazione e nell’addestramento. Gli operatori devono conoscere non solo come proteggersi dalla caduta, ma anche cosa fare dopo. Le esercitazioni periodiche di recupero, i cosiddetti “recovery drill”, consentono di verificare l’efficacia delle procedure di emergenza di recupero e di ridurre i tempi di intervento, trasformando una procedura teorica in una competenza reale.

In conclusione, nei lavori in quota la sicurezza non termina con l’arresto della caduta. Termina solo quando il lavoratore è stato recuperato correttamente, gestito dal punto di vista fisiologico e affidato alle cure sanitarie. Ignorare il rischio di reflow significa lasciare scoperta una delle fasi più delicate dell’emergenza. Conoscerlo e gestirlo in modo consapevole significa compiere un ulteriore passo verso una sicurezza realmente efficace.

Contributo tecnico di:  Dott. Mirko Stasio Donatelli – Responsabile Tecnico – Agenzia Nazionale Sicurezza sul Lavoro

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